Gianni il furbo

C’è una novellina popolare, contenuta nella raccolta dei fratelli Grimm, che ritorna in mente in questi giorni, mentre i nostri solertissimi civici amministratori annunziano di stare per introdurre le tessere per lo zucchero. È la novella di Gianni il furbo.

Gianni, come tutti i furbi di questo mondo, è un solennissimo imbecille. Va a trovare la sua conoscente, Ghita, la prodiga, e Ghita gli regala uno spillo. Gianni per non affaticarsi, nel ritornare a casa, infila lo spillo ina un carro di fieno, e così non lo ritrova più. La madre gli dice: avresti dovuto infilare lo spillo nella giacchetta.

Gianni, ritorna dalla Ghita, e ne ha in dono un lungo coltellaccio. Istruito dall’esperienza, non infila il coltellaccio nel carro di fieno; lo infila invece nella giacca, come uno spillo. «Avresti dovuto metterlo sulla spalla», gli suggeriva, dopo averlo rimproverato, la madre. Gianni il furbo ritorna dalla Ghita: ne ha in dono un vitellino vivo. Ammaestrato dall’esperienza, si carica il vitello sulle spalle, e così si sloga una spalla e strozza il vitello. «Avresti dovuto legarlo a una corda, e tirartelo dietro», dice al solito la saggia madre. E Gianni ritorna dalla Ghita; ne ha in dono un quarto di porco; lo lega a una corda e lo trascina dietro, facendoselo smangiucchiare dai cani e imbrattandolo di lordura. E così continua nella sua furberia, sempre coerente a rovescio con i dati dell’esperienza, sempre raggiungendo il rovescio di ciò che si proponeva.

 

Le tessere e la favola del furbo, «Avanti!», Cronache torinesi, 28 febbraio 1917