La scuola del lavoro

«Avanti!», 18 luglio 1916, Cronache torinesi (anche sulla pagina milanese e di Cronache italiane).

 

Risalendo la cattedra della Sorbona dopo la bufera del 1870, Gaston Paris con quella libertà di spirito che è propria delle menti sovrane, tessé un magnifico elogio della università tedesca, che aveva plasmato il carattere e la energia della nuova Germania, e ai suoi allievi, ai suoi colleghi propose come esempio, per ottenere la trasformazione della Francia, il modello della rivale aborrita.

Dopo più di quarant’anni solo una nuova, terribile guerra ha fatto di nuovo rivolgere l’attenzione alla scuola, a tutta la scuola, e ha fatto accorgere che una sproporzione enorme esiste nel nostro paese tra la massa dei discenti le arti liberali e quella dei discenti l’arte della produzione del lavoro. Molti si vergognano addirittura di citare le cifre, di formulare le statistiche. Lo Stato con quella cecità che è caratteristica delle borghesie latine arretrate e misoneiste, ha solo rivolto la sua attenzione a crearsi nelle categorie medie dei piccoli borghesi una legione di avvocati di medici di impiegati con la licenza liceale o tecnica, e non ha fatto nulla per dare al proletariato, alla enorme massa di cittadini che forma della nazione il nerbo e la forza vitale, la possibilità di migliorarsi, di elevarsi, di procurarsi quella cultura professionale da cui scaturiscono le forze animatrici delle industrie, dei commerci e dell’agricoltura.

La scuola del lavoro è stata sacrificata alla scuola dell’impiego. La burocrazia ha ammazzato la produzione. Il ministro Casati che cinquant’anni fa preordinò la legislazione scolastica italiana con criteri ampi e che potevano essere fecondi, non trovò continuatori che adattassero alle necessità dei tempi nuovi quelle disposizioni che pure a ciò si prestavano. La scuola tecnica anch’essa divenne una fabbrica di impiegati, quantunque il Casati che l’aveva ideata le avesse posto come fine «di dare ai giovani che intendono dedicarsi a determinate carriere del pubblico servizio, alle industrie e ai commerci ed alla condotta delle cose agrarie la conveniente cultura generale e speciale», e si preoccupava che gli insegnamenti fossero impartiti «sotto l’aspetto dei loro risultati pratici, e particolarmente sotto quelli delle applicazioni di cui possono essere suscettibili nelle condizioni naturali ed economiche dello Stato». Ma la produzione di nuove ricchezze non si giovò affatto di tutte queste disposizioni: l’amministrazione, la distribuzione si dilatò enormemente a danno di tutto il resto. Ora, dopo gli insegnamenti, della guerra, ci si accorge che non basta saper amministrare e distribuire, ma che bisogna specialmente produrre. La personalità di un paese è data appunto dalla ricchezza che esso produce, e dal modo con cui produce, non dalle chiacchiere degli avvocati e dalle mirabolanti invenzioni dei suoi geni. Il genio è prodotto troppo bizzarro e fuori di ogni volontà perché su di esso possa farsi un programma. Il lavoro assiduo, la piccola competenza, la diffusione della cultura professionale solo possono diventare indici di benessere, diplomi di benemerenza storica.

L’Italia manca della scuola del lavoro. Il poco che si è fatto è dovuto al caso, all’impulso cieco della necessità che fa sbocciare accanto agli organismi solidi anche quelli inutili, malsani, dannosi. Il lavoro da noi a malgrado dei compitini che si fanno svolgere agli scolaretti, non è stimato civilmente e socialmente. Un capo tecnico è ritenuto inferiore a un avvocato; un meccanico a un professore. Lo Stato dà 50 milioni per l’insegnamento medio, e ne dà solo 2 e mezzo per quello professionale; ogni studente delle scuole medie costa allo Stato circa 1000 lire all’anno: l’ha detto l’on. Rava, già ministro dell’istruzione. E intanto mentre per un concorso da vice pretore, trenta posti trovano 300 aspiranti e 15 idonei, le nostre officine sono costrette a importare il personale tecnico, i commerci cadono in mano agli stranieri, e il denaro, in forma di risparmio, esula dal nostro paese, e invece di dare incremento alla ricchezza nazionale e di diffondere il benessere e il lavoro nelle nostre terre, serve solo a fare inasprire i cambi, a eccitare i bassi egoismi, le atroci passioni gingoistiche.

È il proletariato che deve domandare, che deve imporre la scuola del lavoro. Tutto ciò che serve a intensificare, a migliorare la produzione interessa da vicino il socialismo e il proletariato. Che le industrie e il commercio italiano si servano di maestranze italiane e queste eguaglino in valore e competenza le migliori maestranze degli altri paesi, è programma su cui si deve essere concordi. Non esclusioni per fini di guerra economica, non protezionismi neppure per il proletariato. Ma concorrenza leale di capacità, gara a un maggior sfruttamento delle forze naturali, dei prodotti dell’ingegno, perché siano dati a tutti i mezzi necessari alla propria elevazione interiore, alla messa in valore delle proprie qualità buone. Bisogna che il proletariato costringa lo Stato a tagliare fuori dall’organismo nazionale molte Università, bubboni purulenti che producono chiacchieroni e spostati, molti licei e ginnasi che costano un occhio e non dànno né coltura né dignità, e faccia sostituire a queste vecchie matrici di amministratori che non sanno amministrare, le scuole del lavoro, da cui sciami la nuova generazione dei produttori, che dia al paese meno sonetti e romanzi e più macchine e ciminiere.