«Avanti!», 29 dicembre 1916, Cronache torinesi.
Abbiamo qui davanti il programma dell’Università Popolare per il primo periodo 1916-17. Cinque corsi: tre dedicati alle scienze naturali, uno di letteratura italiana, uno di filosofia. Sei conferenze su argomenti vari: due sole di esse danno, per il titolo, una tal quale assicurazione di serietà. Ci domandiamo, qualche volta, il perché a Torino non sia stato possibile il solidificarsi di un organismo per la divulgazione della cultura, il perché l’Università Popolare sia rimasta quella misera cosa che è, e non sia riuscita ad imporsi all’attenzione, al rispetto, all’amore del pubblico, il perché essa non sia riuscita a formarsi un pubblico. La risposta non è facile, o è troppo facile. Problema di organizzazione, senza dubbio, e di criteri informativi. La miglior risposta dovrebbe consistere nel far qualcosa di meglio, nella dimostrazione concreta che si può far meglio e che è possibile radunare intorno ad un focolare di cultura un pubblico, purché questo focolaio sia vivo e riscaldi davvero. A Torino, l’Università Popolare è una fiamma fredda. Non è né Università, né popolare. I suoi dirigenti sono dei dilettanti in fatto di organizzazione di cultura.
Ciò che li fa operare è un blando e scialbo spirito di beneficenza, non un desiderio vivo e fecondo di contribuire all’elevamento spirituale della moltitudine attraverso l’insegnamento. Come negli istituti di volgare beneficenza, essi nella scuola distribuiscono delle sporte di viveri che riempiono lo stomaco, producono magari delle indigestioni allo stomaco, ma non lasciano una traccia, ma non hanno un seguito di nuova vita, di vita diversa. I dirigenti dell’Università Popolare sanno che l’istituzione che essi guidano deve servire per una determinata categoria di persone, la quale non ha potuto seguire gli studi regolari nelle scuole. E basta. Non si preoccupano del come questa categoria di persone possa nel modo più efficace essere accostata al mondo della conoscenza. Trovano negli istituti di cultura già esistenti un modello: lo ricalcano, lo peggiorano. Fanno presso a poco questo ragionamento: chi frequenta i corsi dell’Università Popolare ha l’età e la formazione generale di chi frequenta le Università pubbliche: dunque diamogli un surrogato di queste. E trascurano tutto il resto. Non pensano che l’Università è la foce naturale di tutto un lavorio precedente: non pensano che lo studente quando arriva all’Università è passato attraverso le esperienze delle scuole medie ed in queste ha disciplinato il suo spirito di ricerca, ha arginato col metodo le sue impulsività da dilettante, è divenuto, insomma, e si è scaltrito lentamente, tranquillamente, cadendo in errori e rialzandosene, ondeggiando e rimettendosi sulla via diritta. Non capiscono questi dirigenti che le nozioni, avulse da tutto questo lavorio individuale di ricerca, sono né più né meno che dogmi, che verità assolute. Non capiscono che l’Università Popolare così come essi la guidano, si riduce ad un insegnamento teologico, a una rinnovazione della scuola gesuitica, in cui la conoscenza viene presentata come qualcosa di definitivo, di apoditticamente indiscutibile. Ciò non si fa neppure nelle Università pubbliche.


