In Italia i Partiti di governo non possono disporre di nessuno di tali uomini: nessuno che sia grande, nessuno che sia almeno mediocre. Uno dei caratteri italiani, e forse quello che è più malefico per l’efficienza di vita pubblica del nostro paese è la mancanza di fantasia drammatica. Sembra una affermazione letterariamente paradossale, e in verità è una osservazione profondamente realistica. Ogni provvedimento è un’anticipazione della realtà, è una previsione implicita. Il provvedimento è tanto più utile quanto più esso aderisce alla realtà. E perché ciò avvenga è necessario che il lavorio preparatorio sia completo, che nel lavorio preparatorio non si sia trascurata alcuna ipotesi, e delle infinite ipotesi possibili si siano scartate quelle che non resistono alla prova della rappresentazione drammatica. Orbene: le autorità italiane, quelle governative, quelle provinciali, quelle cittadine, non hanno finora decretato un provvedimento che non sia stato tardivo, non hanno ponzato un provvedimento che non abbia avuto bisogno di essere modificato, di essere prima o poi cassato, perché, invece di provvedere, veniva a far rincrudire il malessere. Non sono riusciti ad armonizzare la realtà, perché sono state incapaci d’armonizzare prima, nel pensiero, gli elementi della realtà stessa. Esse ignorano la realtà, ignorano l’Italia in quanto è costituita di uomini che vivono, lavorando, soffrendo, morendo. Sono dei dilettanti: non hanno alcuna simpatia per gli uomini. Sono retori pieni di sentimentalismo, non uomini che sentono concretamente. Obbligano a soffrire inutilmente nel tempo stesso che sciolgono degli inni alati alla virtù, alla forza di sacrificio del cittadino italiano. La folla è ignorata dagli uomini di Governo, dai burocratici provinciali e cittadini. La folla, in quanto è composta di singoli, non in quanto è popolo, idolo delle democrazie. Amano l’idolo, fanno soffrire il singolo individuo. Sono crudeli perché la loro fantasia non immagina il dolore che la crudeltà finisce col suscitare. Non sanno rappresentarsi il dolore degli altri, perciò sono inutilmente crudeli. Hanno lanciato la prima azione, la guerra. Non ne hanno preveduto l’importanza, la profondità degli effetti immediati e lontani. Sapevano che l’Italia non produce quanto basta per il suo sostentamento: non hanno preveduto che un giorno sarebbe venuto a mancare oltre al companatico, il pane. Quando se ne sono accorti era troppo tardi; non importa: avrebbero potuto ancora provvedere, avrebbero potuto equamente distribuire la sofferenza. Non hanno sentito la sofferenza: hanno creato il caos, hanno lasciato arraffare ai più forti economicamente, hanno lasciato disperdere il poco che c’era ancora. Hanno imposto che il pane fosse così e così: appena pubblicato il decreto le vittime si sono accorte che esso era sbagliato: perché non se ne sono accorti i responsabili? Perché non si erano rappresentati nel pensiero queste vittime, perché non hanno sentito che ci sarebbero state delle vittime? Predicano contro i ricchi che buttano via la mollica; non sentono che tutto questo spreco è sofferenza dei poveri; limitano l’orario dell’uso del gas: non si preoccupano del fatto che due ore sole di gas significa non poter preparare il desinare per chi lavora, per chi deve nutrirsi per lavorare, e lavorare per nutrirsi, mentre due ore al primo mattino sono troppe, e quindi inutili. [circa cinque righe censurate] perché il grano non arriva pur essendoci, perché non si può comprare il cibo avendo biglietti e mancando gli spezzati, perché al tocco si chiudono le panetterie, perché il bambino non vuole deglutire la medicina, che non si può edulcorare per la mancanza dello zucchero, mentre i fabbricanti di vermouth continuano a lavorare. Non sanno armonizzare la realtà disagiata con la possibilità di minor disagio per tutti. Non pensano che ove c’è da mangiare per i cinquanta, possono vivere cento, se si armonizzano i bisogni: [circa ventisette righe censurate].