«Avanti!», 27 novembre 1917, Cronache torinesi e pagina milanese.
SG, 133-35; CF, 458-61, entrambe col titolo: La difesa dello Schultz.
Il prof. Arnaldo Monti, presidente del «Fascio studentesco per la guerra e per l’idea nazionale», ci ha mandato il primo numero di uno zibaldone periodico che il Fascio ha intrapreso a pubblicare.
Niente di nuovo. Di vecchio, la solita esibizione personale del professor Arnaldo Monti che pubblica, tra l’altro, tre colonne di recensione critica per dimostrare quale perverso libro siano gli esercizi latini dello Schultz.
Difendiamo lo Schultz. Abbiamo sudato anche noi sullo Schultz, abbiamo riso o ci siamo arrabbiati anche noi per certe proposizioni che i doveri di scolaretti ci costringevano a tradurre dallo Schultz. Ma ormai non siamo più scolaretti, e la collera o il riso non sono più criteri coi quali giudichiamo gli uomini e le cose. La difesa dello Schultz è per noi la difesa della scuola italiana, di quella parte della scuola italiana che finora si è dimostrata la migliore – la scuola classica –, a malgrado della confusione che i ministri democratici e italianissimi vi hanno introdotto.
Il prof. Arnaldo Monti appartiene a quella larga schiera di italiani, i quali, nel discutere di un problema, non badano a ciò che nel problema è essenziale, ma vanno spulciando i particolari più appariscenti e questi presentano come essenziali. Essi sono come quel tale cittadino, che andato in campagna a prestare patriottico aiuto ai contadini nel lavoro di trebbiatura, insaccò la pula e lasciò il grano sull’aia. Era un poeta, il buon cittadino, e la pula lo aveva ammaliato per la sua divina leggerezza, per quel soave danzare che faceva in aia sotto gli iridescenti raggi del solleone, e anche perché le sue spalle preferivano un sacco di pula ad un sacco di grano. Il prof. Amaldo Monti è un insaccatore di leggiadra pula. Egli appartiene (vedi la sua prefazione al poemetto L’ostessa, edito dal Paravia) a quelle «tre o quattro (o quattrocento, o quattromila) canagliuzze» delle quali parla Gerolamo Vitelli nel «Marzocco» ultimo le quali hanno preso lo spunto dalla guerra e dall’antitedeschismo, più o meno ipocritamente in voga, per mettere in circolazione molti spropositi sulla scuola e sull’insegnamento.
Vogliono ricondurre la scuola classica alle tradizioni italiche. Vogliono snaturare la scuola classica, che ha un compito ben preciso, e ridurla a una scuola di vuota retorica, e di artisticheria inconcludente. Partono dalla credenza volgare che nella scuola classica si debba imparare a leggere e scrivere in latino e in greco, che la scuola classica debba sfornare ogni anno una certa quantità di eleganti umanisti, che sappiano in ogni occasione, pronunziare un brindisi o comporre un poemetto in latino o in greco.
Niente di più errato. La scuola classica, in confronto di quella tecnica e di quella professionale, è tuttavia buona perché non si propone un fine così scioccamente concreto. Il suo fine è concreto. Ma di una concretezza ideale, e non meccanica. Essa deve preparare dei giovani che abbiano un cervello completo, pronto a cogliere della realtà tutti gli aspetti, abituato alla critica, all’analisi e alla sintesi; abituato a risalire dai fatti alle idee generali, e con queste idee generali a giudicare ogni altro fatto. La scuola classica è la scuola ideale, nella sua struttura e nei suoi programmi; si è pervertita per la deficienza degli uomini e per l’incapacità della classe dirigente, ma non sono le «canagliuzze» che possono raddrizzarla. Esse invece mirano a rovinarla del tutto, poiché le innovazioni che vanno predicando se accettate, toglieranno ogni possibilità di continuare o rinvigorire la tradizione.


