Diamantino

Oggi vi voglio raccontare la storia di Diamantino, come io stesso la udii, molti anni or sono, intercalata in una lunga e noiosa conferenza pacifista del prof. Mario Falchi.

Diamantino era un piccolo cavallo, nato in una miniera carbonifera di un bacino inglese. Sua madre, povera cavalla! – dopo aver trascorso i primi e più begli anni della sua vita sulla superficie della terra, soleggiata e allietata dal sorriso dei fiori, tra i quali, garrulo e lascivetto, scherza lo zeffiro – era stata adibita al traino dei vagoncini di minerale, a qualche centinaio di metri sotto terra. Diamantino fu generato così, tra la fuliggine, nel nerore dell’aspra fatica, e non vide mai, l’infelice, i fiorellini dei prati e non annitrì mai, nell’esuberanza dei succhi giovanili, ai zeffiretti profumati di primavera. E non volle neppure mai prestar fede alle bellissime descrizioni che la mamma sua gli andava, di volta in volta, facendo delle bellezze, della luminosità, dei freschi e grassi pascoli che allietano il genere equino sulla superficie sublunare del mondo. Diamantino credette sempre di essere bellamente preso in giro dalla rispettabile sua genitrice, e morì fra la fuliggine e la polvere di carbone, convinto che le stelle, il sole, la luna fossero fantasmi nati nel cervello un po’ tocco della stanca e affaticata trainatrice di vagoncini.

Ebbene, sì, noi siamo tanti Diamantini.

 

Diamantino, «Avanti!», Cronache torinesi, 21 gennaio 1918