La scuola libera

«Avanti!», 15 agosto 1918, Cronache torinesi (anche in Cronaca di Milano).

 

I giornali clericali gemono pateticamente per un comunicato dell’Agenzia Volta annunziante «indagini radicali» sul finanziamento degli istituti privati d’insegnamento. L’«Osservatore romano» arriva fino alla scoperta che l’on. Berenini, ministro riformista della Pubblica Istruzione, contraddice l’on. Berenini, semplice deputato, il quale alla Camera, nel 1898, difendeva la tesi della libertà d’insegnamento.

Per i clericali libertà d’insegnamento significa libertà di eludere le leggi generali. Significa servirsi delle leggi generali per monopolizzare l’insegnamento privato marginale al monopolio di Stato, e non ottemperare ad esse quando domandano certe garanzie di serietà e di retto svolgimento nella disciplina degli studi. Significa domandare continuamente facilitazioni per gli esami e le licenze, che aumentano allo Stato le difficoltà nella risoluzione del problema della disoccupazione piccolo-borghese, avida di impieghi, e recalcitrare quando lo Stato domanda garanzie generali che tolgano agli esami e alle licenze una parte almeno dell’elemento «fortuna» e rendano meno sfrenata la caccia alla sede d’esame e agli esaminatori più propensi alla longanimità.

Purtroppo l’on. Berenini, ministro riformista della Pubblica Istruzione, contraddice l’on. Berenini, semplice deputato, che nel 1898 difendeva la tesi della scuola libera. La scuola libera non sarebbe per i clericali quella cuccagna che essi evidentemente si aspettano sarebbe per essere alla loro parte.

La scuola libera metterebbe automaticamente in discussione il fondo culti. Sarebbe infatti strano che i cittadini, domandando allo Stato di rinunziare al monopolio della scuola, o di ridurlo a minime proporzioni, per assicurare la possibilità agli sprovvisti di mezzi di fortuna di istruirsi gratuitamente, non si preoccupassero della condizione di privilegio in cui i preti, che godono di uno stipendio di Stato per il solo fatto che sono preti, entrerebbero nel gioco della libera concorrenza per sfruttare l’insegnamento privato. La borghesia democratica si preoccuperebbe certamente del pericolo, e si risolverebbe finalmente a dissolvere l’istituto feudale che perpetua al clero il godimento dei beni ecclesiastici, in una forma ancor peggiore di quella originaria, perché la rendita è posta al sicuro da ogni alea.

Anche per questa ragione i socialisti, come ben indicava Treves in un suo recente scritto su questo argomento, devono essere fautori della scuola libera, e dovrebbero al problema dedicare maggior contributo di ricerche e di studi.

La ricerca sulle connessioni del problema della scuola darebbe risultati molto importanti anche per ciò che riguarda altri problemi essenziali della vita dello Stato italiano: il problema, per esempio, della burocrazia.

Lo sviluppo della produzione italiana ha portato a questi risultati: la scuola classica è diventata la scuola tipica dell’Italia meridionale, mentre nell’Italia settentrionale essa va perdendo terreno e tende a essere sempre più sostituita dalla scuola tecnica. Avviene così che i funzionari dello Stato vengono automaticamente ad essere reclutati in prevalenza nel Mezzogiorno: avviene così che l’amministrazione statale, anche nei suoi organi più delicati come la giustizia, tenda a diventare un monopolio di quella piccola borghesia meridionale, procacciante, corrotta, intrigante, contro la quale tanto hanno scritto anche i meridionali stessi. Il problema, che si aggrava ogni giorno di più, è insolubile se non alla condizione che lo Stato rinunzi al monopolio della scuola, o lo riduca in proporzioni minime, come proponeva recentemente il prof. Giovanni Gentile (muovendo però da preoccupazioni tecniche pedagogiche), e quindi muti tutto il meccanismo dei concorsi per gli impieghi amministrativi, e pensi finalmente a quella riforma della burocrazia che tutti domandano e propugnano, ma nessuno vuole attuata sul serio.

La scuola media è soltanto la scuola della borghesia parassitaria, è la pepinière degli spostati e dei futuri concorrenti agli impieghi di Stato. Deve essere riformata ab imis e liberata.

Il problema della scuola è uno dei problemi essenziali della società italiana, per i vasti e profondi contraccolpi che una sua soluzione liberale avrebbe. Perciò appunto su di esso dovrebbe affisarsi l’attenzione dei socialisti, troppo distratta su tante questioni di spolvero, che non toccano neppure superficialmente l’organizzazione sociale italiana, piccolo-borghese, refrattaria alle innovazioni necessarie perché lo sviluppo capitalistico si acceleri su basi solide e naturali.