Firmato: Alfa Gamma, «Il Grido del popolo», 29 gennaio 1916, p. 1.
Ci è capitato sottocchi, qualche tempo fa, un articolo nel quale Enrico Leone, con quella forma involuta e nebulosa che troppo spesso gli è propria, ripeteva alcuni luoghi comuni sulla cultura e l’intellettualismo in rapporto al proletariato, opponendogli la pratica, il fatto storico per i quali la classe sta preparandosi con le sue stesse mani l’avvenire. Non crediamo inutile ritornare sull’argomento, trattato altre volte sul «Grido» e che ebbe specialmente nell’«Avanguardia» dei giovani una trattazione più rigidamente dottrinale nella polemica tra il Bordiga di Napoli e il nostro Tasca.
Ricordiamo due brani: uno di un romantico tedesco, il Novalis (vissuto dal 1772 al 1801) che dice: «Il supremo problema della coltura è di impadronirsi del proprio io trascendentale, di essere nello stesso tempo l’io del proprio io. Perciò sorprende poco la mancanza di senso ed intelligenza completa degli altri. Senza una perfetta comprensione di noi, non si potranno veramente conoscere gli altri».
L’altro, che riassumiamo, di G.B. Vico. Il Vico (nel 1° Corollario intorno al parlare per caratteri poetici delle prime nazioni nella Scienza nuova) dà una interpretazione politica del famoso detto di Solone, che poi Socrate fece suo quanto alla filosofia: – Conosci te stesso –, sostenendo che Solone volle con quel detto ammonire i plebei, che credevano sé stessi d’origine bestiale e i nobili di divina origine, a riflettere su sé stessi per riconoscersi d’ugual natura umana co’ nobili, e per conseguenza a pretendere di essere con quelli uguagliati in civil diritto. E pone poi in questa coscienza dell’uguaglianza umana tra plebei e nobili, la base e la ragione storica del sorgere delle repubbliche democratiche nell’antichità.
Non abbiamo così a vanvera accostato i due frammenti. In essi ci pare siano adombrati, se non diffusamente espressi e definiti, i limiti e i principî sui quali deve fondarsi una giusta comprensione del concetto di coltura anche in rapporto al socialismo.
Bisogna disabituarsi e smettere di concepire la coltura come sapere enciclopedico, in cui l’uomo non è visto se non sotto forma di recipiente da empire e stivare di dati empirici, di fatti bruti e sconnessi che egli poi dovrà casellare nel suo cervello come nelle colonne di un dizionario per poter poi in ogni occasione rispondere ai vari stimoli del mondo esterno. Questa forma di coltura è veramente dannosa specialmente per il proletariato. Serve solo a creare degli spostati, della gente che crede di essere superiore al resto dell’umanità perché ha ammassato nella memoria una certa quantità di dati e di date, che snocciola ad ogni occasione per farne quasi una barriera fra sé e gli altri. Serve a creare quel certo intellettualismo bolso e incolore, così bene fustigato a sangue da Romain Rolland, che ha partorito tutta una caterva di presuntuosi e di vaneggiatori, più deleteri per la vita sociale di quanto siano i microbi della tubercolosi o della sifilide per la bellezza e la sanità fisica dei corpi. Lo studentucolo che sa un po’ di latino e di storia, l’avvocatuzzo che è riuscito a strappare uno straccetto di laurea alla svogliatezza e al lasciar passare dei professori crederanno di essere diversi e superiori anche al miglior operaio specializzato che adempie nella vita ad un compito ben preciso e indispensabile e che nella sua attività vale cento volte di più di quanto gli altri valgano nella loro. Ma questa non è coltura, è pedanteria, non è intelligenza, ma intelletto, e contro di essa ben a ragione si reagisce.



