L’interesse di Gramsci per la favola è costante e precoce. Da ragazzo si diletta a intrattenere i fratelli più piccoli inventando racconti fantastici. Negli scritti giornalistici le favole assumono fini politico-pedagogici, per lo più in chiave satirica. In carcere, per prendere dimestichezza con il tedesco, legge le «novelline dei fratelli Grimm che sono elementarissime» (lettera a Tatiana Schucht del 23 maggio 1927): ne tradurrà ventiquattro. Nelle lettere cita e inventa favole e storielle anche per rappresentare la sua condizione di detenuto. Attraverso i ricordi della sua infanzia prova a trasmettere idee e valori, cercando di essere un padre presente nell’educazione dei figli: Delio che vede per l’ultima volta all’età di due anni e Giuliano, nato a Mosca pochi mesi prima del suo arresto e che non ebbe modo di conoscere.
Le pagine che contengono racconti e favole sono state raccolte in diverse
antologie: la prima è L’albero del riccio (Milano-Sera Editrice, 1948), a cura di Giuseppe Ravegnani, con illustrazioni di Felicita Frai (nome italianizzato della pittrice ceca Felice Frajova). Il volume presentava una selezione di 60 racconti tratti dalle Lettere dal carcere (uscite l’anno prima per Einaudi) accanto ai testi per l’infanzia a cui fa riferimento come Il Galletto d’oro di Puškin, Rikki-Tikki-Tavi dell’amato Rudyard Kipling, e poi Dickens, Tolstoj, Turgenev, Gor’kij, ecc. Verrà più volte riproposto in nuove edizioni, dal 1966 con illustrazioni di Maria Enrica Agostinelli per Editori Riuniti. Sono racconti resi con leggerezza e brio, ma nei quali traspare la disperata volontà di allacciare un rapporto intimo con i figli, accompagnandoli nella crescita. Il desiderio di educare i figli attraverso i ricordi della propria infanzia emerge nella lettera in cui si accenna al racconto che dà il titolo al volume:
desidererei […] essere informato sistematicamente del quadro scientifico in cui si svolge la scuola o le scuole che frequentano Giuliano e Delio, per essere in grado di comprendere e valutare i magri accenni che tu talvolta me ne fai. La quistione scolastica mi interessa moltissimo e interessa molto anche te, perché scrivi che il 60% delle vostre conversazioni si aggira sulla scuola dei bimbi […] Potrei per esempio comunicare a Delio le mie esperienze infantili sugli esseri viventi: o gli sembreranno favole l’aver visto le lepri a danzare (o a saltare, ma il popolo ci vede la danza) sotto la luna, o la famiglia del riccio (riccio, riccia e ricciolini) andare a far provvista di mele al chiaro della luna autunnale? (lettera a Giulia Schucht del 14 dicembre 1931)
Nel 1980 esce per Vallecchi la raccolta Favole di libertà, introdotta da Carlo Muscetta e a cura di Elsa Fubini e Mimma Paulesu Quercioli. La prima aveva curato nel 1965 un’edizione critica delle Lettere dal carcere insieme a Sergio Caprioglio, e collaborato a diversi volumi delle Opere di Gramsci; la seconda era nipote di Gramsci, figlia della sorella Teresina, dei cui ricordi poté avvalersi per offrire nuovi particolari sulla figura dello zio e delle relazioni familiari. Per la prima volta vengono pubblicate le traduzioni delle fiabe dei fratelli Grimm, che Gramsci aveva tradotto nei suoi quaderni (una sezione che non aveva trovato spazio nell’edizione critica del 1975). Seguono sei storielle ricavate dagli scritti giornalistici e una sezione introdotta da alcuni racconti riportati da Teresina con ricordi della sua giovinezza tratte dalle lettere dal carcere.
L’interesse gramsciano per la fiaba si estende a tutte le letterature. Conosciamo una libera traduzione dall’inglese di un classico della letteratura giapponese: La fanciulla lunare. Novella giapponese del X secolo, che comparve su un giornale socialista torinese («Alleanza cooperativa», aprile 1916). Sappiamo che per imparare il russo utilizzò una popolarissima favola in versi a: Mojdodyr (Lavatutto) di Kornej Čukovskij, scrittore per l’infanzia, critico e traduttore; la ricorderà alla moglie in una lettera dal carcere del giugno 1931: «Conosco poi la storia della “catinella” col cuscino che salta come un ranocchio, il lenzuolo che vola via, la candela che va balzelloni a nascondersi sotto la stufa ecc. […] Te ne ricordi?».
Le fonti da cui attinge sono le più varie: i classici (Fedro, La Fontaine, Perrault, i Grimm), ma anche la novellistica italiana ed europea trecentesca che riprendeva il ciclo arabo di Kalīlah e Dimnah, a sua volta traduzione del sanscrito Panciatantra.












