Gramsci ha sempre nutrito interesse per tutti i temi riguardanti l’educazione e la scuola.
Il suo travagliato percorso scolastico fa maturare in lui il primo «istinto della ribellione». Aver dovuto interrompere la scuola per ragioni economiche – dopo aver «preso 10 in tutte le materie nelle scuole elementari» mentre potevano continuare a studiare «il figlio del macellaio, del farmacista, del negoziante in tessuti» (lettera a Giulia Schucht del 6 marzo 1924) – alimenta le prime riflessioni sulle ingiustizie sociali. Mentre frequenta il liceo a Cagliari, è a conoscenza dei dibattiti sulle questioni che riguardano la pedagogia attraverso la lettura di autori impegnati nel rinnovamento della cultura e delle politiche educative sotto l’influenza del neoidealismo di Benedetto Croce e Giovanni Gentile. Nei suoi articoli commenta spesso problemi inerenti alla legislazione scolastica, dalla Legge Casati alla riforma Daneo-Credaro, di cui critica soprattutto le concessioni ai clericali. Nell’ultimo anno di guerra organizza un «Club di vita morale» rivolto a un piccolo gruppo di giovani socialisti; per Gramsci si tratta di educare i giovani e la classe operaia al pensiero critico, respingendo ogni forma di intellettualismo e di acquisizione mnemonica di nozioni, seguendo in ciò un metodo ispirato alla lezione di Giuseppe Lombardo-Radice, a cui si rivolge per avere un parere sull’esperienza del suo Club. Anche come dirigente politico la sua attenzione per la formazione degli operai è costante: nel 1919 a Torino dirige una «Scuola di propagandisti»; nel 1924 auspica la creazione di «piccole scuole di partito»; l’anno seguente, avvia una scuola per corrispondenza vista l’impossibilità di tenere incontri regolari a causa della repressione fascista. Confinato a Ustica, organizza nei quarantaquattro giorni trascorsi sull’isola una scuola che prevedeva corsi «elementari e di cultura generale» (lettera a Piero Sraffa del 21 dicembre 1926).
Per Gramsci, la pedagogia è parte costitutiva della lotta politica, il cui fine è l’emancipazione delle classi subalterne.
Queste riflessioni sono riprese e approfondite nei Quaderni del carcere, dove denuncia la riproduzione delle diseguaglianze nel sistema scolastico criticando in varie note la riforma Gentile (un pacchetto di decreti assunti tra il maggio e il dicembre 1923) che, separando precocemente gli studenti in percorsi differenziati (licei per le élite, scuole tecniche per le classi popolari), cristallizzava le gerarchie sociali.
Al modello dualistico prospettato dalla riforma Gentile, Gramsci oppone il progetto di una scuola unitaria, obbligatoria fino a 16 anni, capace di offrire a tutti una formazione umanistica e scientifica prima delle specializzazioni professionali. Immagina, poi, università e accademie in grado di connettersi «alla vita collettiva, al mondo della produzione e del lavoro» (Quaderno 12, § 〈1〉, c. 9r). L’obiettivo è quello di formare l’uomo integrale, un «Leonardo nella società di massa» capace di unire teoria e pratica, cultura generale e competenze tecniche, superando la frattura tra lavoro intellettuale e manuale ereditata dalla divisione sociale del lavoro di matrice capitalistica.
L’apprendimento non si dovrebbe esaurire nel periodo di formazione scolastica: Gramsci auspica una “educazione permanente” che coinvolga associazioni, sindacati, circoli culturali.
La filosofia della praxis ambisce a condurre i «subalterni» verso una concezione superiore della vita.
La pedagogia gramsciana è una pedagogia della consapevolezza: l’educazione non serve ad adattare l’individuo sociale all’ordine esistente, ma a formare soggetti capaci di interpretarlo per trasformarlo consapevolmente. Occorre che tutti i cittadini siano posti in condizione di potere dirigere, o quanto meno, di essere in grado di controllare e vigilare tutti i processi decisionali. Ciò avviene tramite l’assunzione di usi, costumi e abitudini appresi per mezzo di quello che Gramsci definisce conformismo dinamico.
Gramsci è contrario a forme di “spontaneismo” che immaginano il cervello del bambino «come un gomitolo che il maestro aiuta a sgomitolare». A suo giudizio, «ogni generazione educa la nuova generazione, cioè la forma, e l’educazione è una lotta contro gli istinti legati alle funzioni biologiche elementari, una lotta contro la natura, per dominarla e creare l’uomo “attuale” alla sua epoca» (Quaderno 1, § 〈123〉, c. 81r).
«Il discente non è [neppure …] un recipiente passivamente meccanico» (Quaderno 12, § 〈2〉, c. 12). L’educazione necessita di disciplina e sobrietà intellettuale. Disciplina che non vuole dire autoritarismo e arbitrarietà, ma capacità di fornire all’allievo gli strumenti per conoscersi, e rendersi consapevoli del proprio posto nel mondo, in relazione con gli altri, entro una società storicamente determinata. Condurre gli studenti a questa consapevolezza, attraverso la costituzione di un «inventario di sé», è l’approccio che Gramsci adotta nella sua attività di dirigente politico. Numerose testimonianze lo descrivono come un educatore paziente e aperto al dialogo con i compagni di modesta formazione: a Torino, nei consigli di fabbrica; nella preparazione dei giornalisti di estrazione operaia; nella scuola organizzata al confino di Ustica; infine, con i compagni di detenzione nel carcere di Turi.






















